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Il welfare aziendale come leva di crescita

Europe/Rome
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Il welfare aziendale come leva di crescita

Tempo. È attorno a questa parola che Michele Stella, di Staff Spa, ha costruito il suo intervento nell'incontro Passepartout del 17 settembre, ospitato al LAB Impresa 5.0 dell'Istituto Don Bosco, dedicato al welfare aziendale come leva di crescita per le persone e per l'impresa.

Stella, che arriva a occuparsi di welfare dopo aver lasciato dieci anni fa la professione di commercialista, ha raccontato come il modo di intendere il lavoro sia cambiato radicalmente dal periodo del Covid in poi. Se un tempo il welfare veniva letto principalmente come strumento di risparmio fiscale, oggi il lavoratore ha scoperto che la risorsa più scarsa non è il denaro, ma il tempo.

Da qui nasce una domanda che accompagna sempre più persone nella scelta del proprio lavoro: cosa farò dopo l'orario di lavoro?
Avere un interesse vitale fuori dall'azienda è diventato, secondo Stella, un bisogno reale, e le aziende sono chiamate a presentare un'immagine nuova di sé: la reputazione aziendale è oggi la principale, se non l'unica, fonte di attrazione dei talenti.

 

A supporto di questa lettura, Stella ha condiviso alcuni dati emersi dalle ricerche di AIWA sull'uso del welfare in Italia: dei circa 6,5 milioni di lavoratori dipendenti, 3,9 milioni hanno oggi accesso a un piano di welfare aziendale, un fenomeno finora concentrato soprattutto su medie e grandi imprese, con le piccole realtà che stanno recuperando terreno, spesso frenate dal timore dell'imprenditore che i collaboratori non ne facciano un uso concreto. Per circa la metà delle aziende, il valore percepito del welfare risiede proprio nella capacità di attirare nuovi talenti: non stupisce quindi che nei piani trovino sempre più spazio buoni di acquisto e, in circa la metà dei casi, coperture assicurative e sanitarie. Le priorità cambiano però con l'età: se gli over 40 preferiscono un aumento diretto in busta paga, i più giovani chiedono soprattutto un buon clima aziendale e un percorso di crescita chiaro. Tra i benefici più concreti, Stella ha citato anche la riduzione dell'assenteismo.

Un altro elemento centrale toccato durante la serata riguarda la leva fiscale e contributiva: tutto ciò che viene riconosciuto come welfare non è soggetto a imposizione fiscale né contributiva, e il valore che il collaboratore percepisce corrisponde esattamente al costo sostenuto dall'azienda, senza margini aggiuntivi. Anche i fondi pensione possono beneficiare di questo meccanismo. Perché il welfare sia riconosciuto come costo aziendale è però necessario un regolamento formale: può essere adottato anche per un solo anno, ma una volta stabilito non è possibile tornare indietro.

Un passaggio, quello sul regolamento, che introduce forse il punto più significativo dell'intervento: il vero valore del welfare, per Stella, sta nella possibilità per il collaboratore di scegliere autonomamente dove impiegare il proprio credito. Ed è proprio su questo che si gioca il ruolo culturale delle imprese: fare formazione, spiegare, accompagnare le persone a scoprire dove e come investire il proprio credito welfare, perché le esperienze, quando scelte, cambiano davvero la percezione del proprio benessere in azienda. Un dato lo conferma: oggi meno della metà delle aziende è ancora priva di un piano di welfare strutturato, a testimonianza di quanto il fenomeno si sia ormai consolidato. Resta un costo da considerare, quello dei provider, che si attesta generalmente tra il 5 e il 10 per cento di quanto erogato, oltre ai costi di gestione del portale — un investimento che Stella ha ricondotto, in chiusura, al tema più ampio della conciliazione tra vita privata e lavoro.

Un ringraziamento speciale va a Michele Stella e a Staff Spa, per aver condiviso con la rete Passepartout una prospettiva così concreta e attuale sul valore del benessere in azienda, e a Sadia Sterza, co-fondatrice del Network Passepartout, che ha coinvolto il collega per portare valore a tutto il gruppo.