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«Qual è il mio 11 settembre?»: la sera in cui la storia di Howard Lutnick ci ha ricordato come si ricostruisce un'impresa

Europe/Rome
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«Qual è il mio 11 settembre?». È questa la domanda con cui Marco Vicentini ha aperto la serata, invitando ogni imprenditore e professionista presente a individuare il proprio momento di rottura: l'evento che ha cambiato per sempre il modo di guardare al proprio lavoro e alla propria vita.

Ospite della serata è stato l'Avv. Mattia Magrassi, esperto di geopolitica e storia statunitense, invitato da Marco Vicentini (Autonoleggio San Marco, tra i fondatori di Passepartout) per portare uno sguardo esterno e più ampio sul tema della resilienza.

Magrassi ha scelto di raccontare la storia di Howard Lutnick, oggi Segretario al Commercio degli Stati Uniti, ma nel 2001 amministratore delegato di Cantor Fitzgerald, società di intermediazione finanziaria con sede negli uffici alti del World Trade Center. L'11 settembre di quell'anno Lutnick si salvò per una circostanza casuale: quella mattina accompagnava per la prima volta il figlio all'asilo, e arrivò in ufficio dopo l'impatto del primo aereo. Cantor Fitzgerald perse 658 dipendenti, compreso il fratello di Lutnick, Gary: quasi due terzi del personale della sede di New York, la perdita singola più grave subita da un'azienda in quel giorno.

Il punto che Magrassi ha voluto sottolineare non è stata soltanto la tragedia, ma la scelta, difficilissima e inizialmente molto contestata, che Lutnick si trovò a dover fare nei giorni immediatamente successivi: sospendere gli stipendi dei dipendenti deceduti, perché l'azienda — decimata — rischiava di non sopravvivere, e senza un'azienda in piedi non ci sarebbe stato nessuno in grado di aiutare le famiglie nel lungo periodo. Una decisione che gli costò accuse durissime, ma a cui affiancò quasi subito un impegno concreto: tre giorni dopo l'attacco fondò il Cantor Fitzgerald Relief Fund, con una donazione personale di un milione di dollari, e si impegnò a versare il 25% degli utili dell'azienda per cinque anni oltre a dieci anni di copertura sanitaria per le famiglie delle vittime — un impegno che si tradusse in circa 180 milioni di dollari distribuiti a più di 800 famiglie.

Da lì, la ricostruzione: Cantor Fitzgerald tornò a occupare, piano dopo piano, gli spazi che aveva perso, e Lutnick è diventato negli anni un simbolo pubblico di resilienza, fino ad arrivare, decenni dopo, a un ruolo di primissimo piano nel governo degli Stati Uniti.

Magrassi ha usato questa storia non come aneddoto isolato, ma come chiave di lettura per chi fa impresa: la resilienza raramente coincide con una scelta "giusta" e indolore. Spesso significa prendere decisioni impopolari ma necessarie per garantire la sopravvivenza di un progetto, accettando il rischio di essere fraintesi nel breve termine, per poi essere in grado — solo se l'azienda resta in piedi — di onorare fino in fondo le proprie responsabilità verso le persone.